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Intanto, mentre gli ucraini stanno recuperando terreno al fallito russo e i colloqui negli Emirati non hanno portato a Putin alcuna generosa concessione, alla scorsa conferenza di Monaco Hillary Clinton ci è andata pesante sulla linea tenuta dal governo Trump:

«Penso che la posizione dell'amministrazione Trump nei confronti dell'Ucraina sia vergognosa.

In particolare, penso che il tentativo di costringere l'Ucraina a un accordo di resa con Putin sia vergognoso.

Penso che lo sforzo che Putin e Trump stanno facendo per trarre profitto dalla miseria e dalla morte del popolo ucraino sia un errore storico e corrotto all'ennesima potenza.

Credo che l'Ucraina stia combattendo in prima linea per la nostra democrazia, e i nostri valori di libertà e civiltà. Perdendo migliaia di persone e vedendo il proprio paese distrutto dalla mania di un solo uomo di controllarle.

E penso che Trump non capisca o non gli importi nulla di quella sofferenza.

Ha tradito l'Occidente, ha tradito i valori umani. Ha tradito la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.»

8 hours ago | [YT] | 11

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Il vizio russo è sempre lo stesso! Dopo l'invasione della Polonia nel settembre 1939, a seguito del patto Molotov-Ribbentrop, mentre l'Europa occidentale era sotto il pesante attacco nazista, l'Unione Sovietica invadeva la Finlandia con la seguente scusa: «Noi non possiamo cambiare la geografia, né lo potete voi. Siccome Leningrado non può essere trasportata via, la frontiera deve essere spostata più lontano» (Iosif Stalin). Insomma dire che Putin è l'erede di Stalin non è un errore. In fondo che sia comunista o fascista poco cambia. Criminale era Stalin, criminale Putin. E che gente come D'Orsi, Barbero, Rovelli, Di Cesare, Canfora, etc., tutti i nostalgici di Stalin, sia anche innamorata di Putin, ha il suo perchè. Di seguito i territori che i Sovietici rubarono alla Finlandia nel 1940.

14 hours ago | [YT] | 13

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𝗟’𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮 𝗼𝗽𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗿𝗶𝘀𝗼𝗹𝘂𝘁𝗶𝘃𝗮 (𝘥𝑎 𝐿'𝐼𝘯𝑓𝘰𝑟𝘮𝑎𝘭𝑒, 𝘥𝑖 𝑁𝘪𝑟𝘢𝑚 𝐹𝘌𝑅𝘙𝐸𝘛𝑇𝘐)
La celebre affermazione attribuita a Von Clausewitz secondo cui la guerra altro non sarebbe se non la continuazione della politica con altri mezzi, è da tempo stata proscritta in Occidente.

Nella prospettiva soprattutto europea, ma di fatto anche statunitense, la guerra apparterrebbe a una fase dell’umanità ormai superata, nonostante gli Stati Uniti dirottino al comparto militare una quota di spesa tre volte quella della Cina e che da sola rappresenta il 37 per cento della spesa militare mondiale.

La postura transazionale dell’Amministrazione Trump (si negozia con tutti, dai talebani a Hamas) è nemica dell’interventismo ma gioca la carta indispensabile del potere bellico come minaccia persuasiva. È, ovviamente, il caso della postura assunta nei confronti dell’Iran.

Alle spalle dei negoziati in corso, in Medioriente si è adunato il dispiegamento militare americano atto a fare capire che se non si otterrà un accordo che gli Stati Uniti considerano soddisfacente l’Iran verrà attaccato. Israele considera i round negoziali, di cui domani in Oman ci sarà un’ulteriore fase, una perdita di tempo.

Nella sua settima visita a Washington da quando Trump si è insediato, Netanyahu ha palesato il profondo scetticismo di Israele ma ha dovuto incassare la risposta che si andrà avanti con i negoziati fino in fondo.

Ci sono attori politici, e il regime di Teheran è uno di quelli, l’altro è la Russia putiniana, l’altro è Hamas, con i quali negoziare è inutile. Per loro è solo la forza che ha l’ultima parola. Negoziare serve solo a guadagnare tempo, a riposizionarsi, a ingannare.

Nessun negoziato può modificare la persuasione ideologica del regime degli Ayatollah secondo cui Israele deve essere distrutto, è che l’Iran ha la necessità di diventare egemone in Medioriente per imporre la sua visione messianica ed escatologica dell’Islam, così come nessun negoziato convincerà Hamas a cedere le armi e a rinunciare al suo progetto jihadista antisemita. Le uniche soluzioni da adottare nel confronti di questi due attori possono solo essere radicali, ovvero la terminazione dei loro progetti, e questo obiettivo sì può ottenere esclusivamente attraverso l’uso della forza militare. Non esistono soluzioni mediane.

Il pasticcio che l’Amministrazione Trump ha creato a Gaza e al quale Israele si è dovuto adeguare, rappresenta un esempio plastico di cosa si può ottenere quando si rinuncia alla determinazione della forza, a vantaggio di un accordo.

Hamas è in controllo del 43 per cento della Striscia, sta cercando di riarmarsi e può godere all’interno della struttura messa in piedi dall’Amministrazione Trump, della sponda politica e ideologica di due dei suoi maggiori sponsor, Qatar e Turchia. Non solo, l’Autorita Palestinese, che Netanyahu più volte aveva dichiarato non avrebbe avuto alcun ruolo a Gaza, ha già, di fatto, alcuni suoi funzionari operativi nella principale commissione di governo del Board of Peace.

È chiaro che non essendo stato sconfitto ma solo fortemente diminuito durante la guerra di Gaza durata due anni, Hamas cercherà di lucrare al massimo dalla posizione di cui gode. La stessa cosa accadrà al regime di Teheran se si chiuderà un accordo con gli Stati Uniti, sarà solo un modo in cui, tramite concessioni parziali e aggirabili, troverà il modo di continuare ad alimentarsi.

Tornando dunque a Von Clausewitz, la guerra è l’unico sbocco che può modificare strutturalmente e definitivamente la situazione, è l’unico modo in cui, trasformandosi in forza concreta, la politica può rimuovere la minaccia che il regime iraniano rappresenta non solo per Israele ma per l’intera stabilità mediorientale.
(𝘥𝑎 𝐿'𝐼𝘯𝑓𝘰𝑟𝘮𝑎𝘭𝑒, 𝘥𝑖 𝑁𝘪𝑟𝘢𝑚 𝐹𝘌𝑅𝘙𝐸𝘛𝑇𝘐)

21 hours ago | [YT] | 3

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🟥PANELKI❄️
Chiunque abbia viaggiato in Ucraina o nei Paesi dell’ex Unione Sovietica conosce i panelki: enormi blocchi residenziali in cemento prefabbricato, ripetuti all’infinito lungo le periferie urbane. Questi casermoni, spesso a più piani, furono costruiti in massa tra gli anni Cinquanta e Ottanta su impulso di Nikita Chruscev, deciso a razionalizzare l’abitare secondo un’ottica socialista: funzionale, standardizzata, economica.

All’epoca i panelki rappresentavano il volto del modernismo sovietico: un simbolo di progresso e di efficienza, ma soprattutto uno strumento per combattere la cronica scarsità di alloggi nelle città trasformate in poli industriali. Le prime serie, le cosiddette Chruscevka, erano palazzi di 4–5 piani con appartamenti minuscoli ma dotati per la prima volta di bagno e cucina privati; le generazioni successive, le Brezhnevka – così chiamate dall’era di Leonid Breznev – si sono innalzate fino a 9, 12, 16 piani, con ascensori e una distribuzione degli spazi appena più confortevole, ma sempre nel segno del prefabbricato e della standardizzazione.
Dietro questo paesaggio di cemento c’era una logica: produrre elementi strutturali in fabbrica, assemblarli rapidamente in cantiere, ripetere lo stesso schema in decine di città. Una sorta di gigantesco “Lego” urbano che doveva incarnare l’ideale di uguaglianza socialista: niente palazzi monumentali riservati all’élite, ma alloggi «decenti» per milioni di famiglie operaie.

Uno dei pilastri di questa nuova edilizia popolare era il sistema di riscaldamento centralizzato. Un’unica centrale termica, talvolta combinata con la produzione di elettricità, riscaldava l’acqua che, tramite una rete capillare di tubature, veniva pompata fino ai quartieri residenziali. Da lì, raggiungeva i termosifoni e i rubinetti di centinaia di appartamenti. Un modello perfettamente coerente con l’idea sovietica di pianificazione: riduzione dei costi, gestione centralizzata, nessuna caldaia domestica e nessun controllo individuale sul consumo.

I raid russi stanno lasciando migliaia di ucraini senza riscaldamento

Per decenni questo sistema è stato percepito come un progresso rispetto alla precarietà dell’immediato dopoguerra. Ma oggi, a oltre mezzo secolo di distanza, la stessa infrastruttura che doveva garantire sicurezza e comfort si sta trasformando in una trappola. I panelki – e in particolare le Brezhnevka nelle grandi periferie ucraine – sono ancora oggi la casa di una larga parte della popolazione, soprattutto delle fasce meno abbienti.
E ora mentre l’Ucraina entra nel suo quinto anno di invasione russa rischiano di diventare prigioni di ghiaccio.
Il cuore della vulnerabilità sta proprio nella centralizzazione. In molti quartieri ucraini l’acqua viene scaldata in grandi centrali termo–elettriche, quindi pompata per chilometri fino ai condomini. Questo significa che basta un attacco mirato a una sola centrale termica per lasciare senza riscaldamento e acqua calda interi distretti urbani. Il Guardian ha illustrato il funzionamento di questi sistemi con una guida visiva che mostra come un singolo raid con droni o missili possa lasciare al gelo centinaia di palazzi per ore, se non per giorni.
(Corriere della sera)

1 day ago | [YT] | 18

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𝗝𝗗 𝗩𝗔𝗡𝗖𝗘
C’è qualcosa in 𝗝𝗗 𝗩𝗔𝗡𝗖𝗘 che mi colpisce – e non in senso positivo.

Non è solo la politica. È la traiettoria. È la metamorfosi.


Prima di diventare vicepresidente degli Stati Uniti, 𝗝𝗗 𝗩𝗔𝗡𝗖𝗘 è stato il ragazzo dell’Ohio povero, cresciuto in una famiglia disfunzionale tra dipendenze e precarietà.
Una storia dura, vera, americana fino al midollo. Con quella storia ha scritto “Hillbilly Elegy”, un memoir che racconta la povertà bianca degli Appalachi, la rabbia sociale, l’abbandono, l’illusione e la disillusione del sogno americano. Quel libro lo rese una voce critica del trumpismo nascente. Perché sì, all’inizio 𝗝𝗗 𝗩𝗔𝗡𝗖𝗘, detestava Trump.

Lo definì un pericolo, un imbroglione, persino “l’Hitler americano” in messaggi privati poi resi pubblici. Era l’uomo che vedeva nel populismo un inganno per la stessa classe sociale che diceva di difendere. Poi qualcosa cambia.

𝗝𝗗 𝗩𝗔𝗡𝗖𝗘 entra nei circuiti finanziari della Silicon Valley, frequenta ambienti conservatori sempre più strutturati, viene sostenuto da grandi donatori.

E lentamente riscrive la sua posizione. Non più critico. Non più scettico. Diventa un convertito. E spesso i convertiti sono i più zelanti. Oggi appare politicamente innamorato di Donald Trump. Difende ogni scelta, amplifica ogni linea, incarna la versione più ideologica del trumpismo: nazionalismo economico, retorica identitaria, attacco alle élite… quelle stesse élite che lo hanno formato e lanciato.

È una trasformazione che lascia interrogativi. E non perché le persone non possano cambiare idea. Possono, certo. Ma qui non sembra un’evoluzione lenta, sofferta, maturata.

𝗦𝗲𝗺𝗯𝗿𝗮 𝘂𝗻 𝗿𝗶𝗽𝗼𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗿𝘂𝗿𝗴𝗶𝗰𝗼.
Sul piano personale, 𝗝𝗗 𝗩𝗔𝗡𝗖𝗘 è sposato con Usha Vance, avvocata di origini indiane, brillante, formata a Yale. Un matrimonio che racconta un’America mescolata, complessa, lontana da certe semplificazioni identitarie che lui stesso oggi alimenta politicamente. Anche questo crea una tensione evidente -tra biografia privata e -narrazione pubblica. Il punto non è attaccare la sua storia di riscatto. Quella merita rispetto.

𝗜𝗹 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗼 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼: quando un uomo costruisce la propria credibilità sulla denuncia delle illusioni e poi abbraccia con entusiasmo il leader che prima definiva pericoloso, la domanda non è se abbia cambiato idea.

𝗟𝗮 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮 𝗲̀ 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́. Ambizione? Opportunità? Calcolo? O convinzione autentica?

A volte dà l’impressione di essere più trumpiano di Trump, come se dovesse continuamente dimostrare la propria fedeltà. E questo produce una sensazione di artificio. Di bronzo lucidato fino a sembrare oro.

𝗝𝗗 𝗩𝗔𝗡𝗖𝗘 incarna una figura nuova nella politica americana: l’intellettuale che diventa populista, il critico che diventa paladino, il narratore del disagio che finisce per cavalcarlo.

E forse è proprio questa la sua cifra più inquietante: non la rabbia. Non l’ideologia.

Ma la capacità di adattarsi al vento senza che sembri mai muoversi.

1 day ago | [YT] | 12

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🤔POPOLO DI FALLITI 🤔
357 esemplari venduti dal 2019, il marchio che doveva rilanciare il "lusso" nella superpower affonda nei debiti:chiude la fabbrica delle Aurus di Elabuga,l'auto schifata persino da CiccioBomba Ferroviere Kim,a cui ne hanno regalate due ma continua a girare in Mercedes….

2 days ago | [YT] | 7

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AIDS: La Nascita dell’HIV negli Anni ’80 – La Storia

2 days ago | [YT] | 1

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𝗥𝗔𝗠𝗔𝗗𝗔𝗡 𝟮𝟬𝟮𝟲
Il Ramadan 2026 inizierà al tramonto di martedì 17 febbraio 2026 (domani) e terminerà al tramonto di giovedì 19 marzo 2026.
Durante il Ramadan i musulmani osservano il digiuno quotidiano dall’alba al tramonto, astenendosi da cibo, bevande e rapporti coniugali. Il digiuno, chiamato sawm, è uno dei cinque pilastri dell’Islam e serve a sviluppare autocontrollo, gratitudine e compassione verso chi è in difficoltà. Le giornate includono preghiere regolari, lettura e riflessione sul Corano, e atti di carità. Il pasto prima dell’alba si chiama suhur, mentre quello dopo il tramonto è l’iftar, spesso condiviso con famiglia e comunità. Sono esentati malati, viaggiatori, donne incinte o in allattamento e bambini. Il mese termina con la festa di Eid al-Fitr.
Durante il Ramadan si può avere rapporti sessuali, ma solo dopo il tramonto e prima dell’alba.
Nel contesto del Ramadan, la masturbazione non è permessa durante le ore di digiuno (dall’alba al tramonto), perché invalida il digiuno.
Per quanto riguarda le ore notturne, le opinioni variano: 1)
Molti studiosi la considerano comunque sconsigliata o vietata. 2)
Alcuni la ritengono meno grave rispetto ai rapporti illeciti, ma non incoraggiata.
Secondo le fatwa di Ruhollah Khomeini (fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran e autorità sciita), la masturbazione è considerata haram (proibita) in generale.
Nel suo manuale di legge islamica (Tahrir al-Wasila), afferma che: 1) La masturbazione invalida il digiuno se avviene durante le ore di Ramadan (dall’alba al tramonto), soprattutto se porta all’eiaculazione. 2) In tal caso, oltre a dover recuperare il giorno di digiuno (qada’), può essere richiesta anche un’espiazione (kaffara). Anche al di fuori del digiuno, la masturbazione è considerata illecita. #ramadan2026

2 days ago (edited) | [YT] | 8

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𝗧𝗥𝗨𝗠𝗣, 𝗟𝗔 𝗦𝗢𝗟𝗜𝗧𝗨𝗗𝗜𝗡𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟'𝗔𝗥𝗥𝗢𝗚𝗔𝗡𝗭𝗔
"𝑻𝒓𝒂 𝑬𝒖𝒓𝒐𝒑𝒂 𝒆 𝑺𝒕𝒂𝒕𝒊 𝑼𝒏𝒊𝒕𝒊 𝒔𝒊 𝒆̀ 𝒂𝒑𝒆𝒓𝒕𝒂 𝒖𝒏𝒂 𝒇𝒓𝒂𝒕𝒕𝒖𝒓𝒂." Sette parole che cambiano la storia, pronunciate ieri da Friedrich Merz, cancelliere tedesco, sul palco della Conferenza di Monaco sulla Sicurezza. Non è uno sfogo. È un certificato di divorzio. Soprattutto è la risposta fredda a J.D. Vance, che un anno fa salì su quella stessa tribuna per impartire all'Europa una predica sulla democrazia.
Merz gli dà ragione con una calma che pesa più di qualsiasi urlo: la frattura esiste, ma non per i motivi che Washington immagina. La guerra culturale del movimento MAGA non appartiene all'Europa. Da questa parte dell'Atlantico la libertà di espressione si ferma davanti alla dignità della persona, il libero scambio vale più dei dazi e gli accordi sul clima non si stracciano per compiacere i petrolieri del Texas.
𝑷𝒐𝒊 𝒂𝒓𝒓𝒊𝒗𝒂 𝒍'𝒂𝒏𝒏𝒖𝒏𝒄𝒊𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒆𝒔𝒔𝒖𝒏𝒐 𝒔𝒊 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒏𝒅𝒆𝒗𝒂: 𝒄𝒐𝒍𝒍𝒐𝒒𝒖𝒊 𝒂𝒗𝒗𝒊𝒂𝒕𝒊 𝒄𝒐𝒏 𝑴𝒂𝒄𝒓𝒐𝒏 𝒔𝒖𝒍𝒍𝒂 𝒅𝒆𝒕𝒆𝒓𝒓𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒏𝒖𝒄𝒍𝒆𝒂𝒓𝒆 𝒆𝒖𝒓𝒐𝒑𝒆𝒂. La Germania, il Paese che rinunciò all'atomo per espiare i crimini del Novecento, oggi discute di testate nucleari con Parigi.
Chi conosce la storia tedesca capisce che questo passaggio ha un peso specifico enorme. Chi non la conosce, evidentemente, governa a Washington.
E si vede. Quindici capi di Stato europei siedono con Zelensky per ridisegnare la sicurezza del continente. Il Segretario di Stato americano Rubio doveva esserci, invece cancella all'ultimo e vola a Budapest da Orbán, l'unico leader europeo allineato con Trump.
𝑼𝒏 𝒅𝒊𝒑𝒍𝒐𝒎𝒂𝒕𝒊𝒄𝒐 𝒆𝒖𝒓𝒐𝒑𝒆𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒎𝒆𝒏𝒕𝒂: "𝑭𝒐𝒍𝒍𝒊𝒂."
Non è follia. È coerenza. La coerenza brutale di un'amministrazione che nella propria Strategia di sicurezza nazionale definisce l'Europa un continente avviato alla "cancellazione della civiltà", non nomina la Russia come avversario e indica nei partiti di estrema destra i veri amici di Washington.
Trump tratta gli alleati come trattava i debitori dei suoi palazzi: pressione massima, umiliazione pubblica, rinegoziazione al ribasso. Ha funzionato col Venezuela. Funziona assai meno con nazioni che vantano un millennio di diplomazia, arsenali nucleari e la seconda economia del pianeta.
L'Europa non è il cortile di casa. L'Europa è il cortile di Metternich, di Talleyrand, di Bismarck, di gente che costruiva e smontava imperi quando l'America era ancora una colonia britannica.
𝑪𝒉𝒊 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒕𝒖𝒅𝒊𝒂 𝒍𝒂 𝒔𝒕𝒐𝒓𝒊𝒂 𝒏𝒆 𝒗𝒊𝒆𝒏𝒆 𝒕𝒓𝒂𝒗𝒐𝒍𝒕𝒐.
Trump si illude che l'America basti a se stessa. Allontana gli alleati, umilia chi gli tende la mano, corteggia chi gli dà ragione. Sceglie la solitudine e la chiama forza.
Ma il mondo non aspetta.
Là fuori la Russia tiene un milione di uomini in trincea in Ucraina e continua a reclutarne.
La Cina ha un miliardo e quattrocento milioni di abitanti e costruisce la flotta militare più grande del pianeta.
I BRICS raccolgono quasi quattro miliardi di persone in un blocco alternativo all'Occidente. Contro tutto questo, trecentoquaranta milioni di americani. Soli. Perché Trump si priva volontariamente dell'unica cosa che rendeva l'America imbattibile: gli alleati.
La domanda che nessuno a Washington sembra porsi è anche la più ovvia: il giorno in cui Pechino deciderà di forzare la mano su Taiwan, chi risponderà alla chiamata? Un'Europa umiliata e trattata da vassallo correrà in soccorso di chi l'ha definita una civiltà in estinzione?
Merz ha ringraziato gli americani per quello che fecero dopo il 1945. Ha usato il passato. "Non lo dimentichiamo", ha detto. È gratitudine, non alleanza. È il linguaggio di chi saluta con rispetto prima di voltare pagina.
Monaco 2026 sarà ricordata come il giorno in cui l'Europa ha smesso di aspettare l'America. L'ha fatto senza sbattere la porta, con la compostezza di chi sa che un mondo dominato dalla sola forza, come ha detto lo stesso Merz, "sarebbe un luogo oscuro". I tedeschi lo sanno bene. Ci sono già passati.
L'America, evidentemente, ancora no.
(dI Roberto Riccardi)
#arroganza #donaldtrump

2 days ago (edited) | [YT] | 38